La lezione dell’Isola di Pasqua

Categoria Storia

Ciclicamente torna in voga il tema della sostenibilità per il pianeta dello sviluppo dell’umanità.

Che si tratti dell’ormai vintage buco nell’ozono o del più recente riscaldamento globale, lo scenario da analizzare è sempre il medesimo: il cammino intrapreso dall’uomo nello sfruttamento della risorse disponibili sul nostro pianeta deve tenere in considerazione che non sono infinite e che ogni azione ha una conseguenza, per quanto magari invisibile nell’immediato. A questo proposito è bene imparare la lezione dell’Isola di Pasqua.

Isola di Pasqua

L’Isola di Pasqua, chiamata così perché scoperta la domenica di Pasqua del 1722, è una isola di origine vulcanica molto isolata dal resto del mondo: fa parte del territorio cileno da cui dista però oltre 3.600km. I primi insediamenti sull’isola da parte di gruppi polinesiani sono fatti risalire tra l’800 e il 900 d.C.

E’ incredibile come sia potuta avvenire questa colonizzazione, con i mezzi di navigazione all’epoca utilizzati dalle popolazioni polinesiane: si trattava infatti sostanzialmente poco più che di canoe.

Per circa 4 secoli la popolazione si è mantenuta stabile ed è riuscita a vivere in equilibrio con il circoscritto ecosistema dell’isola, poco più piccola della nostra Isola d'Elba. Attorno al 1200 d.C. iniziò la produzione delle famose statue di pietra, i Moai, che avevano una funzione celebrativa probabilmente riguardante il culto degli antenati e quindi, come spesso accade, anche di legittimazione del potere in essere nelle varie tribù. La popolazione di Rapa Nui, nome dato dagli autoctoni all’isola, non conosceva l’utilizzo della ruota e per trasportare le enormi statue impiegava dei tronchi di palma come rulli.

Con i secoli la popolazione continuò a crescere toccando nel 1400 d.C. la punta massima di 20.000 individui: parallelamente la produzione di Moai crebbe senza sosta e di conseguenza anche l’abbattimento delle palme autoctone dell’isola non conobbe freni. Con il tempo le palme da abbattere cominciarono a scarseggiare, venendo quindi meno la disponibilità di legna per il trasporto delle statue, che avevano assunto un ruolo determinante per la cultura delle varie tribù. L’impossibilità per tutti di avere legname sufficiente condusse a violente guerre civili che arrivarono fino al cannibalismo, fenomeno prima assente.

Parallelamente, le condizioni di vita sull’isola, ormai completamente priva di alberi, divennero sempre più difficili: la distruzione di un ecosistema che si basava sulla presenza di una fittissima foresta di palme si palesò con tutta la sua forza: il terreno divenne sempre meno fertile e gli uccelli abbandonarono la nidificazione sull’isola. Questi cambiamenti ambientali ebbero conseguenze fortissime sull'abilità dell'isola e la popolazione cominciò una lenta e inevitabile diminuzione.

Parallelismi

Il comportamento tenuto delle tribù dell’Isola di Pasqua non è differente da quello di altre popolazioni a loro contemporanee. Quello che condannò però la loro comunità fu il fatto di trovarsi in un sistema chiuso e delimitato dal mare per miglia e miglia: quando quindi fu abbattuta l’ultima palma, firmarono la loro condanna a morte.

E’ evidente il parallelo che si può fare con la popolazione di Rapa Nui del 1400 e quello che stiamo vivendo nel nostro tempo: si tratta solo di rapportare le dimensioni.

Come loro erano delimitati da un mare divenuto invalicabile noi siamo ancora ristretti nei confini del nostro pianeta; come loro non riuscivano ad avere una visione in prospettiva della direzione che avevano intrapreso e delle conseguenze alle quali avrebbe portato, lo stesso capita a noi non avendo davanti agli occhi quotidianamente lo scioglimento delle calotte polari o l’isola di plastica che si crea nel pacifico.

Per approfondimenti

Per entrare più nel dettaglio della storia dell'Isola di Pasqua ecco un video dove Alberto Angela in una puntata di Ulisse fa un quadro generale degli accadimenti

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